Come ho salvato un’azienda riordinando un mobile

campi al tramonto con onde di fieno

Tratto da una storia assurda. La mia.

Da qualche mese lavoravo in un’azienda agricola che produceva formaggi di capra a latte crudo: una fattoria con laboratorio artigianale gestito come una sala operatoria.
Non era un vero lavoro, stavo facendo wwoofing (lavoro gratuito in cambio di vitto, alloggio e conoscenza), e l’azienda era spesso in cerca di manovalanza. A me e’ capitato il privilegio di vivere lì e collaborare al progetto.


Il titolare era un biologo che aveva rinunciato alla vita accademica per allevare capre. Il suo sogno era quello di produrre il formaggio più buono del mondo. I discorsi durante il lavoro spaziavano dalla microbiologia all’universo, dalle muffe al concetto di vivere lentamente.
La mia mansione principale era assisterlo nella gestione del caseificio: mi occupavo delle pulizie, della rotazione dei formaggi, di lavare le fuscelle, accogliere i clienti nel punto vendita, gestire le degustazioni e svolgere altri lavori all’aperto.
In quel periodo ho imparato davvero un sacco di cose.

Tutto in quella vita ruotava intorno al buon cibo e alla cultura. Dalla sterile e industrializzata campagna padana ad Hobbitville, rendo l’idea?

campo al tramonto con onde di fieno

Un giorno ho deciso di dare una bella riordinata ad alcuni mobiletti nella zona vendita, perché lo spazio era poco. C’erano fogli e documenti, qualche quaderno ad anelli, bigliettini sparsi. Un bel casino di cose accumulate senza logica così sono andata a chiedere ai titolari il permesso di riordinarli.
Credo di aver impiegato almeno cinque giorni per completare tutto.
A dire il vero, riordinare il mobile è stata la parte più semplice: in mezza giornata tutto era stato diviso, sistemato e il mobile pulito.
Ma per me non basta mettere in fila gli oggetti per creare ordine.

Il lavoro più grande è stato riscrivere una pila di fogli macchiati e stropicciati, che non potevo ignorare!
Non ricordo esattamente cosa contenessero, erano griglie prestampate con una serie di dati scritti a penna, ma stavano diventando illeggibili. “Uff, mica posso riporre dei fogli in questo stato nel mio bel quadretto ordinato?”
Ho ricopiato riga per riga, riportando tutto correttamente: avrò riscritto almeno una ventina di pagine. Poi ho recuperato delle buste trasparenti, ho inserito ordinatamente tutti i fogli ricopiati e li ho archiviati in un quaderno ad anelli, con tanto di etichetta.

Il lavoro è stato lungo, perché potevo occuparmene solo nel tempo libero, dopo cena: durante il giorno lavoravo nel laboratorio.
L’ho fatto con piacere, mi piace riempire tabelle e nessuno me l’aveva chiesto.
Una volta finita la riorganizzazione dei documenti e riposto il quaderno nel mobile, la mia “missione” si poteva considerare conclusa.

La notte passa.
La mattina dopo mi alzo e, invece di entrare subito in laboratorio, cosa che facevo abitualmente, prendo la macchina e vado in paese a sbrigare alcune commissioni. Mi sarò allontanata dall’azienda al massimo per un paio d’ore.

Al mio ritorno vedo alcune macchine parcheggiate davanti al caseificio. Hanno tutto l’aspetto di veicoli di un organo di controllo.
Le ignoro e continuo a guidare verso casa, finché la titolare non mi ferma mettendosi in mezzo alla strada.

“Che succede?” le chiedo stupita.
Mi risponde: “Innanzitutto vorrei chiederti di scendere dalla macchina perché ti voglio abbracciare”.
“Come, scusa?” chiedo, confusa. Scendo dall’auto.
“Le vedi quelle macchine? Sono sette anni che esistiamo. Sapevamo che, prima o poi, sarebbero arrivati a fare dei controlli. E sai a cosa erano particolarmente interessati? A quel plico di fogli che hai riscritto negli ultimi giorni.”

Rimango senza parole.

Se avessero trovato quei documenti ancora macchiati, stropicciati e disordinati — e con dati importanti scritti così — avrebbero potuto nascere dei problemi seri.
Invece, davanti a quel mobile di documenti ben organizzato, si sono complimentati.
I titolari hanno trovato tutto in un attimo, perché avevo etichettato ogni cosa. E gli ispettori non hanno perso tempo a cazziare due persone per la confusione.

La titolare ha aggiunto: “Tu forse non te ne rendi nemmeno conto, ma il tuo lavoro potrebbe aver salvato questa azienda.”

Quel giorno mi son sentita fiera di me. La mia fissa per l’organizzazione finalmente veniva riconosciuta!

Ho voluto condividere questa storia perché le tempistiche sono quasi inquietanti.
Avrei potuto ignorare quel mobile, avrei potuto evitare di riscrivere quei fogli in bella copia, di etichettare, di catalogare.
E soprattutto: i controlli sarebbero potuti arrivare prima o dopo. Invece sono arrivati il giorno dopo aver terminato la mia riorganizzazione.

Riorganizzare non significa solo allineare oggetti, ma prendere coscienza di ciò che si possiede e averne cura.

Sono passati più di dieci anni da questo episodio nella fattoria e, ogni volta che ci ripenso, mi domando che cosa mi abbia spinto ad accollarmi quel lavoro extra, per amore dell’ordine. Sarà stato il karma…

Ho fatto un’altra grande riorganizzazione per questa azienda agricola — non senza sporcarmi le mani — ma quella, ve la racconto un’altra volta.

Lago di Bolsena
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Di Riorganizza Casa

Mi chiamo Alessandra e da sempre ho l’abitudine di riorganizzare gli spazi in cui vivo. È un gesto pratico che mi aiuta a pensare meglio, respirare, fare ordine anche dentro. Dopo anni passati a sistemare ambienti per me e per gli altri, ho deciso di trasformare questa capacità in un servizio: offro supporto personalizzato per aiutare chi vuole riprendere in mano la propria casa, trovare un metodo adatto e semplificarsi la vita partendo da quello che già ha. Senza soluzioni universali, solo strategie concrete.

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