Sono cresciuta in una casa dove le cose non si buttavano quasi mai.
Se qualcuno doveva liberarsi di un tavolo, finiva da noi.
Se passavi per strada e vedevi un mobile abbandonato, c’era sempre quella frase:
“Aspetta, magari ci serve.”
Ogni oggetto aveva una seconda occasione. O almeno un tentativo.
A volte diventava utile. A volte ingombrante. A volte legna da ardere.
La mia casa d’infanzia, col tempo, è diventata un piccolo bazar spontaneo.
E in mezzo a quel caos affettuoso, io tenevo tutto sotto controllo.
Non perché fossi fanatica dell’ordine. Ma perché non sopportavo perdere le cose.
Le sistemavo, le tracciavo mentalmente, le lasciavo orbitare nella loro zona franca.
E siccome i soldi erano pochi, mi inventavo soluzioni.
Funzionanti, economiche, mai perfette. Ma mie.
Oggi quando entro nelle case degli altri, vedo tutto questo:
la storia, le cose che si sono sommate, le soluzioni di fortuna, il “non ho tempo”, il “non so da dove cominciare”.
Non serve una casa nuova per sentirsi bene. Serve una casa che ti lasci spazio per vivere.
E se per adesso non lo vedi più, magari basta solo uno sguardo esterno per riscoprirlo.
Sono cresciuta in una casa dove le cose non si buttavano quasi mai.
Se qualcuno doveva liberarsi di un tavolo, finiva da noi.
Se passavi per strada e vedevi un mobile abbandonato, c’era sempre quella frase:
“Aspetta, magari ci serve.”
Ogni oggetto aveva una seconda occasione. O almeno un tentativo.
A volte diventava utile. A volte ingombrante. A volte legna da ardere.
E siccome i soldi erano pochi, mi inventavo soluzioni.
Funzionanti, economiche, mai perfette. Ma mie.
Oggi quando entro nelle case degli altri, vedo tutto questo:
la storia, le cose che si sono sommate, le soluzioni di fortuna, il “non ho tempo”, il “non so da dove cominciare”.
Non serve una casa nuova per sentirsi bene. Serve una casa che ti lasci spazio per vivere.
E se per adesso non lo vedi più, magari basta solo uno sguardo esterno per riscoprirlo.

